mercoledì 3 febbraio 2010

IN_PEZZI


Lo guardo, cosciente che sono ancora innamorato, di lui. Percepisco forte il legame con la sua città, dove il suo sguardo si perde; lui qui con me, quasi assente. Vedo quelle mani, a contatto con il vetro freddo, che vorrei su di me, ora! Mi mancano quelle, calde, mani. Mi manca, lui. E realizzo il fatto che non è più."Mio".

martedì 19 gennaio 2010

A TE


Grazie a te, che mi hai accolto nella tua casa e mi hai tenuto tra le tue braccia... in silenzio!

AD UN'AMICA



Rebecca pensa: "Ma dove diavolo sarà finito!". Cerca di scaldarsi nella fredda serata di metà ottobre, mentre aspetta immobile tra i fari delle auto che la investono e persone brulicanti che hanno fretta di tornare a casa. Pensa che non sarà facile affrontarlo: questa volta dovrà ascoltare. " Eccolo finalmente". Nella folla individua Lorenzo, nel suo passo lento e ciondolante; lo sguardo basso quasi a seguire il tempo scandito dal ticchettio dei suoi piedi. "Ciao Rebe" e alza le mani quasi a voler bloccare l'impeto dell'amica. "Lo so sono in ritardo, sono colpevole. E non ho voglia di cercare una scusa plausibile. Il traffico? una telefonata dell'ultimo momento? Se puoi scusami e basta!". Rebecca alza gli occhi al cielo e d'impeto alzerebbe pure le mani: "Non ti sopporto quando fai così. Capita a tutti di avere momenti difficili, sai Lolli? E non pensare di essere l'unico, perchè veramente, non lo sei!". Silenzio. " Scusami!" aggiunge Rebecca, e subito, per rompere l'imbarazzo: "Dai, entriamo?! Oggi non riesco a scaldarmi le mani e ho un forte bisogno di un intruglio alcolico!". Si avviano all'ingresso, e aperta la porta si rifugiano nella sonnolenta penombra del locale. "C'è un tavolo là nell'angolo, così stiamo un po' tranquilli". Rebecca conosce molto bene l'indole che spinge sempre Lorenzo a scegliere i posti più appartati e silenziosi, e che spesso lo porta a chiudersi ermeticamente e a sprofondare in una sorda e ovattata solitudine. Lo asseconda e si dirige verso il fondo del locale. tolta la giacca prendono posto. "Lolli, che ti succede!?! Oggi quando ti ho sentito al telefono mi sono preoccupata, sai, ed ero in pena per te. Non riconoscevo quella inespressività nella tua voce, quelle risposte a monosillabi che non ti appartengono, ed ho sentito forte la voglia di stare un po' con te". Lorenzo guarda fisso Rebecca negli occhi e pensa di essere molto fortunato ad avere un'amica come lei, così sensibile, così forte, così capace a decifrare le sue debolezze. Gli occhi si illuminano di luce; Lorenzo abbassa lo sguardo cercando di tenere imprigionata la sua fragilità, e una lacrima fende quella guancia arida. "Perchè piangi, ora. Lolli..." "Concedimi questo momento di commozione, Rebecca. Sento il tuo affetto; sento la tua vicinanza; le tue mani come se fossero sul mio corpo, e per un attimo il pensiero si è abbandonato al ricordo: a quel giorno di primavera in cui ci siamo odiati; in cui ci siamo insultati; quel giorno nel quale abbiamo discusso, ci siamo abbracciati, capiti e ritrovati". Lui, mai dimenticherà quegli occhi marroni striati di rosso, caldi ed espressivi che, allora, non chiedevano altro che di essere compresi ed "accarezzati amorevolmente".

RISVEGLIO


Ecco. Anche stamattina è successo. Gli occhi ancora chiusi e lo stato vitale non del tutto vigile. Mi assale quella sensazione di confusa malinconia: la testa " corre" fra mille pensieri, le gambe, invece, ancora anestetizzate dal sonno.

sabato 11 luglio 2009

VECCHIO APPUNTO

"La gabbianella non è un gatto e il gatto non è un uccello. Ma entrambi non si curano di queste sottigliezze. E Zorba, il gatto, coverà l'uovo, e Fortunata riconoscerà in Zorba la figura della madre. Chi l'avrebbe mai detto che un gatto nero del porto di Amburgo, alla fine avrebbe insegnato a volare all'uccello che si fidava di lui? Forse la vita è anche questo!

Qalsiasi cosa dovesse accadere tra di noi, vorrei che sapessi che rimarrai per sempre nel mio cuore come la persona che ha saputo farmi volare."
Un appunto trovato in un vecchio libro... e di nuovo voglio volare!

lunedì 22 giugno 2009

NUVOLE


A volte le parole fanno fatica ad uscire, pur provando forti emozioni. non resta in questi momenti che impadronirsi di scritti altrui per riuscire a"vomitare tutto fuori"... e ricercare una "nuova stabilità".




BLOODSTREAM
(Stateless)

Wake up
lok my in the eyes again
I need to feel your hand upon my face

Words can relay nice
they can cut your open
and then the silence surrounds you and haunts you

I think I might have inhaled you
I could feel you behind my eyes
you've gotten into my bloodstream
I could feel you floating in me
they can cut you open
and then the silence surrounds you and haunts you

The spaces in between
two mind and all the places they have been
the spaces in between
I tried to put my fingher on it
I tried to put my finger on it

I think I might have inhaled you
I could feel you behind my eyes
you've gotten into my bloodstream
I could feel you floating in me

Dedicato a coLui che "con me ha scritto una breve storia pur non avendomi vissuto". Con profondo affetto!

venerdì 12 giugno 2009

IN UFFICIO

È appena passata l’una e come ogni giorno mi accingo a bloccare il computer. Alzo il ricevitore e digito l’interno 6. “ehi Mark, sei pronto per il panzo?”. “si Spillo, ora arrivo”. Lo aspetto in ingresso. Stiamo per uscire dallo studio quando una chiave viene a forza infilata nella “topa” della serratura e la porta si apre. Il capo. “buongiorno Mark, buongiorno Spillo”. E già ci aveva oltrepassati dirigendosi verso il suo ufficio. “Buongiorno Dottor S. Noi stiamo andando a mangiare un boccone, gradisce qualcosa?”. “no” risponde lui “mi fermo solo per poco e poi scappo. Ho un appuntamento per le quattordici”. Abbasso la maniglia e faccio scattare la porta velocemente. “Ah Spillo, pensavo proprio a te stamattina… sotto la doccia”. Silenzio. Guardo Mark, con sguardo interdetto; lui sorride. Leggo nei suoi occhi parole marchiate a fuoco: “….e mò son cazzi tuoi!”. “Come mai, dottor S pensava a me stamattina?”. È bastato così poco per pensare di essere diventato il sogno erotico del capo. Non è così usuale che qualcuno ti pensi sotto la doccia… e in effetti mai me lo sarei aspettato da Dottor S. Mi chiedevo cosa avessi fatto di tanto eclatante per attrarre la sua attenzione in un momento così privato. Che poi…solitamente sotto la doccia si canta, ci si rilassa e non si pensa al lavoro. “cazzo dottore non potrebbe cantare anche lei, come tutti?”. Parole pensate, ma fortunatamente mai uscite di bocca. “Spillo, ti pensavo perché non abbiamo più controllato quel progetto a cui stavi lavorando!”. Rispondo che lascerò una copia del plico sulla sua scrivania, appena di ritorno dal pranzo. L’illusione anche sta volta ha avuto vita breve.